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La metafora, tipica delle Ecloghe e de La Beltà, dell’apprendimento come assunzione di cibo resta operante, ma è rapportata all’esito estremo dei prodotti della digestione.Va segnalata, a questo proposito, la parentela con il Montale coevo di Satura" (21) .

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Perché il letame, in un poeta così ossessivamente impegnato nell’allucinatoria «auscultazione del paesaggio" (Del Bianco), non può avere altra valenza che quella, tutta positiva, di concimante, e dunque non sarà un caso che la raccolta del ’73 si chiuda su un verso di questo tenore: «oscuro del prato dove perii, dove perirò / sorgerò».

Zanzotto, naturalmente, percepisce il senso di questa rivoluzione nell’atteggiamento di Montale, e lo rivela: Ciò, oltre che introdurre una dissacrazione della figura di lui e quindi dei temi prima raccolti in aloni mitici, propalandone, squinternandone un’"identità" prima nascosta, viene di fatto a ribadire una continuità con gli elementi depressivo-negativi delle precedenti opere; inoltre, quel che più conta, sembra stabilire una specie di affinità di natura tra il nuovo ambiente di "palta" o di "scolaticcio" e il poeta, come tale. Ma tale ammissione, tale dissacrazione, gli risulta intollerabile, poiché - come sappiamo - egli si colloca sul versante della ’fede’ nella poesia, e tanto più perché Montale è senza dubbio l’autore nodale del Novecento, il primo ad ’attraversare’ compiutamente D’Annunzio ma anche l’ultimo capace di misurarsi con lo stile sublime, in un libro come La Bufera e altro.

E allora Zanzotto inverte il segno all’operazione: Eppure, anche se i pensieri-scorie di Satura si allineano agli oggetti-scorie e ai "fatti triti" degli altri libri completandone e radicalizzandone la figura, ancora una volta si fa strada come in quei libri una forma di grazia e si attestano frequentissimi i punti di emergenza in cui i materiali degradati si caricano di un prestigio che non coincide con la loro natura.

† l’anti-Montale, o meglio il Montale che si era capovolto rimesso arbitrariamente sui propri piedi."Non sarà un caso che, da Baudelaire in poi, sempre per i poeti il trauma di doversi "vendere" richiami la figura della prostituta (che Montale, con arcaismo non per questo meno volgare, chiama zambracca), e dopo Benjamin non si può aggiungere nulla.

Tranne che, giunta con un secolo di ritardo, una formulazione tanto nuda permette davvero di toccare con mano l’arretratezza di cui sopra.

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